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Diari di viaggio e condivisione

8 Gen

Volevo suggerirvi il mio sito http://www.makeatrip.it/.

DCIM100GOPRO

E’ un sito semplice, nato dalla passione per la scoperta e la condivisione.Ma, spero, davvero utile.
Vi troverete diversi diari di viaggio realmente vissuti, comode informazioni soprattutto per chi viaggia in camper, e per chi ama viaggiare da vero esploratore, foto e video.
All’interno vi è anche una pagina dedicata interamente ai viaggi in diretta “LIVE TRIP”, in fase di aggiornamento.

Chiunque può scriverci ed inviarci la propria esperienza corredata di fotografie. http://www.makeatrip.it/contattaci/
Saremo lieti di pubblicarli!

Vi attendo in molti…
HAVE A GOOD TRIP… MAKEATRIP!

Sulla stessa barca.

15 Ott

Ribadisco e ne sono sempre più certa: la razza umana è la specie più disgustosa e perversa che sia mai stata creata! E’ malato il politico che sale al potere per il proprio interesse, il carabiniere che non ci protegge, il prete che ci violenta i figli, la maestra che legge il giornale durante la lezione, il civile che non si ribella. Siamo tutti sulla stessa barca, tutti vediamo ma tutto resta uguale.

I Maschi e le Femmine della razza umana.

3 Set

I maschi della specie umana continueranno a sbagliare, a ricercare la loro mamma nelle donne che sceglieranno, a sbagliare come adolescenti e a risbagliare per il loro “vivere leggero, in superficie”.

Le femmine, d’altro canto, della specie umana, continueranno con le loro manipolazioni, con i loro macchinosi sotterfugi per accalappiare un maschio, quello più prolifero, e a condire le proprie giornate e le proprie relazioni umane con attacchi d’isterismo e spirito d’insoddisfazione. Due poli così distanti.

Entrambi, se riusciranno a condividere la vita e a divulgare il gene, chiuderanno la loro triste e disequilibrata vita con una collezione infinita di “se io avessi fatto”…

La femmina con interminabili critiche negative al maschio scelto; i maschi con il report dei tradimenti.
Tanti auguri agli sposi!

Il senso di appartenenza.

1 Giu

Il senso di appartenenza.
Sono giunta alla conclusione che tutto “questo” parta da qui. O pressappoco.

1. Il tatuaggio.
Ho fatto il mio primo tatuaggio nel 1999. Lo so, ero appena quattordicenne e, sia dal soggetto che dalla qualità del tatuaggio lo si può dedurre. Ma fu un regalo. Gli sono legata.
Ne ho fatti poi altri, disegnati da me ed in momenti diversi della mia vita. E no, non sono dispari come ogni volta mi viene sottolineato (forse le mie sfortune dipenderanno da questo?).
Breve preambolo per dirvi che…

Mi era venuta voglia di farne un altro qualche mese fa. Ma è successa una cosa che mi ha fatto riflettere. Entrambi i tatuatori a cui mi sono rivolta, mi hanno proposto un appuntamento per “tantaratan”… due mesi dooooopo! Cribbio!
Più attesa che dal dentista!!!
Ma siete tutti a bucarvi la pellaccia?!
E’ proprio vero; quando a Caserta si “porta una cosa”, non ci stanno Santi. Che Dio ce ne scampi e totani! Tutti a disegnarsi sulla pelle, anche le nonnine non se la so’ potuta scansare la moda, neanche quelle signorine tanto timorate. Ragazze, suvvia, si deve fare; forza e coraggio, dai!

Comprendo la curiosità del brivido dello zzzzzzzzz e della vasellina untuosa sotto la pellicola, ma potevate andare giù di fantasia. Invece no, tutti a farsi “cape di morto”, chi col fiorellino, chi col cuore (che vent’anni fa se un uomo si faceva il fiorellino si beccava di sicuro qualche coppino dagli amici – ora invece fa figo e, quindi taaaac, tutti uomini bouquet).

Non vogliatemi del male (soprattutto chi si è fatto tatuare il simpatico teschietto).
Sono solo constatazioni. Poi il tatuaggio è un’arte, inflazionata ma come ogni cosa è costretta a trascorrere delle fasi. Ci vedremo poi tutti belli accartocciati e disegnati all’inguine, dover dare delle spiegazioni ai nostri nipoti. Ma anche lì, il tutto sarà arrivato alla normalità.

2. L’iPhone.
Sarò concisa.
Il 50% di coloro che posseggono il nuovo concetto di cellulare non sanno sfruttarne le potenzialità, né ne sono interessati.
(Nota per gli acquisti per il suddetto 50%: esistono ancora in commercio cellulari essenziali, anche se non soddisferanno la vostra ricerca di uno status apparente).

4. La professione.
Si nasce con un temperamento, si cresce e, lungo il percorso si acquisiscono esperienze che generano e delineano il carattere di una persona.
Da quanto sperimentiamo nasce la conoscenza dei nostri limiti e delle nostre capacità.
Poi sta a noi alimentare queste ultime leggendo, formandoci, osservando attivamente ciò che ci circonda, e cercare di migliorare o accettare un limite.

Molte persone che incontro lungo il mio percorso rifiutano i propri limiti. Non hanno piena coscienza di sé.
E sono le stesse persone che con un corso spartano s’illudono di poter acquisire un ruolo professionale o che mirano direttamente ai ruoli più elevati e motivano il fatto di non esserci ancora arrivati incolpando la criiiisi.

Per te che:
“Io faccio il fotografo”: non è comprando un super-macchinone o l’obiettivo più costoso che c’è in commercio che guadagnerai (poi, sul sito col pallino fucsia e azzurro si vede se hai scattato in automatico); certo, ti darà una mano il fatto che tu sia seduto in una Ferrari, ma prima o poi dovrai guidarla. E lì saranno ***
E basta con queste super post produzioni. Vi abbiamo sgamati! Siete liberissimi di praticare, una passione è una passione, non confondetela con il lavoro però.
“Io faccio il grafico”: Adobe Photoshop è sulla bocca di tutti. Ma non farà di te un pubblicitario o un grafico. Non è lo strumento che fa il mestiere, ma la conoscenza.
“Io faccio lo psicologo”:bisogna voler bene ai pazienti”. Quando ho sentito questa frase da una professionista esercitante ho capito che bisogna star attenti a chi ci si affida. Potrebbero seguire anni ed anni di terapie disfunzionali.

3. Lo shatush
Lo shatush rappresenta per me l’emblema del pensiero generale sul senso di appartenenza.
Modus ok. Ma fino a rendere una cosa che tutti prima odiavano e che chiamavamo semplicemente “ricrescita”
e che ora la gente paga per avere in testa, mi sembra a dir poco assurdo. La moda non ha colpa, anzi. Bisogna constatarne la potenza.
Oppure constatare che siamo delle pecore dai gusti vulnerabili.
O che più precisamente, ci piace avere la vita facile. E farci piacere ciò che piace a tutti.
E quindi piacere a tutti. Così finiamo, però, nell’essere dei manichini di plastica, gli uni uguali agli altri, manipolabili. La moda è una proposta; la si può modificare ed adattare al nostro essere.
(Nel caso aveste sentito di un “io faccio…” non esitate a commentare).

Ecco svelato l’arcano: se ho l’iPhone (anche se non lo so usare), il Mac perchè fa figo (ma lo uso solo per Facebook), faccio la fotografa ed ho una Canon FX374fiddbfkigffbjdiwi (ma scatto in automatico e non so neanche cos’è la lunghezza focale – ora tutti a cercare), ho fatto un tatuaggio che m’ha fatto un male cane e non so neanche cosa rappresenti per me ma scelgo le maglie in base alla spalla che lasciano scoperta, ho i capelli ricci ma li piastro ad ogni shampoo perché sono più figa e chissenefrega se poi mi viene la quintipla punta nei capelli, e per di più ho la maxiricrescita supertrend, allora sì che sono accettata dagli altri, sono come gli altri, e sono al riparo da critiche negative.
Ho acquistato un abito e acquisito un ruolo in questa società.
Sì, beh, è solo un’illusione. Ma ho i miei consensi e sto bene. Non so bene chi sono, ma chi potrà mai accorgersene. Qui vivono tutti in superficie.

Non scrivo per criticare, ma per condividere con chi vuol vedere.
E comunque, questo è il mio blog.

Ilaria

Femmine al volante.

28 Gen

Mulher+ao+volante_1Non so quanti di voi abbiano affrontato qualche lettura sulle teorie evoluzionistiche.
Ma vi consiglio di iniziare oggi. Vi si apriranno mondi sconosciuti e finalmente arriveranno quelle risposte che un po’ tutti noi, maschi e femmine della nostra specie, ci siamo posti.

In quanto femmina, dovrei difendere la mia “categoria”, ma proprio non ci riesco.

Per capire una femmina, io uso un metodo infallibile. La guardo al volante.

Tendenzialmente la femmina tipo utilizza un’autovettura di medie dimensioni (almeno in questo, sono da apprezzare; riconoscono i propri limiti alla “gestione dello spazio”). Poi, però, trovi anche quelle col Suv, e là è la fine.

Le vedi alla guida al mattino, sempre ben truccate, che invece di stringere il volante, lo accarezzano mantenendo in su quelle belle unghie appena fatte, a dir poco aggressive. Quasi avessero paura di stringerlo troppo, il volante.
Alcune tengono il mento verso l’alto. Altre, e quelle sono grandiose, hanno praticamente la testa ficcata nel parabrezza. Per il collo eseguono gli esercizi secondo il metodo Lamarck.
Forse temono di schiacciare qualche riccio. O hanno tutte problemi di vista, non saprei.

Le riconosci perché sono quelle che ti stanno davanti, vanno lente, le lampeggi ma niente; poi… tac! Devono girare a destra, ma come al solito, hanno dimenticato di segnalartelo. In realtà non sapevano che c’eri dietro. Non lo sanno perché gli specchietti li usano per il ritocco del venerdì sera al rossetto.
Ma la cosa più bella è che, al suono del tuo claxon, dimenticano la delicatezza impiegata nel girare il volante, e partono con un bel dito medio (e la solita unghia aggressiva, multistrato, costata un occhio della testa).

La femmina al volante, di solito, non va di corsa. Spesso non lavora, ma gira per le strade della tua città a far compere, ad incontrare le amiche, va dall’estetista, all’aperitivo del mattino e quello del pomeriggio, alla serata in disco.

Lei non “va di corsa”. Ma quando cerchi di superarla, non sai che stai per mettere in atto una sfida sovrumana.
Ricorda: non osare superare una femmina al volante. Aprirai una sfida, risveglierai istinti atavici.
Inizia lo scambio di sguardi intermittenti da parte di lei, che ha capito le tue intenzioni. Segue l’accellerata del suo bolide; riesce a bloccare la tua azione, con movimenti insicuri ma efficaci. Non ti guarda, né scusa la sua irruenza, ma l’atteggiamento e la postura la dicono lunga sul sentimento che la pervade adesso; adesso che tu, maschio, sei rimasto indietro. Non vanno di corsa, no, e non sanno che tu non avevi la minima intenzione di sfidarle, ma solo di arrivare a lavoro.

Una femmina che guida non si fermerà mai sei stai attraversando la strada.
Una femmina che guida sarà capace di rubarti il posto auto benché non abbia la minima idea di come inserire la sua vettura in quello spazio che sembra sempre così piccolo ai suoi occhi.
Una femmina potrà tamponarti, anche se sei fermo nel traffico, e lei avrà sempre ragione.

L’auto di una femmina la riconosci perché è sempre quella che sporge dalla fila di auto parcheggiate.
L’auto di una femmina la riconosci perché ha sempre qualcosa di orrendamente fucsia (oltre agli altarini di peluche).

Nell’auto di una donna trovi sempre tutto, ma dico tutto.
Purtroppo, però, non sanno mai dove sono e a cosa servono tutte quelle carte in quello strano libretto che ogni tanto papà va ad aprire.

Ricorda, che se osservi una femmina al volante, capirai (prima che sia troppo tardi) “la femmina a letto”.
Molte di queste usano solo il cambio automatico!

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Quand’ero piccola…

23 Nov

Quand’ero piccola vedevo tutto a colori.
Anche i numeri lo erano: il 5 era rosso, il 6 era azzurro, il 7 era blu, 8 marrone, 3 verde; ed anche le lettere. Tutte. In realtà le vedo ancora così. Che strano fenomeno.

Quand’ero piccola
credevo che per farsi capire dagli altri bastasse spiegarsi. Spiegare se stessi, aiutando gli altri a spostarsi verso il nostro punto di vista.

Poi ho scoperto che pochi riescono a capire e, ancor meno, quelli che hanno reale volontà di farlo.

Credevo che i litigi fra persone potessero risolversi, quando c’era il bene, perché il bene porta con sè rispetto, lealtà e coraggio.

Quand’ero piccola
Pensavo che dire la verità sarebbe stata sempre la cosa giusta. In e da ogni relazione umana ho sempre cercato lealtà. Partendo da una cosa, un’emozione vera, non ci si sarebbe mai trovati di fronte ad un conflitto. Era meglio pagare per una verità che per una bugia.

Poi ho capito che dicendo sempre la verità, le persone si difendono, si spaventano.
Hanno paura.

Adesso so che dicendo la verità, accanto a me ci sono solo persone vere. Quelle che avevano paura, scappavano da se stesse.

Quand’ero piccola
sapevo che ogni sogno l’avrei realizzato. Adesso mi obbligano a smetterla con questi sogni.
Ma io continuo a sognare. In fondo, sono ancora piccola.

Spezie rare

30 Set

La complicità è l’arma vincente per l’unione sana di due persone. A danneggiarla, la competizione, la mancanza di fiducia e di rispetto.

Sono pochi gli ingredienti, ma si tratta di spezie rare.

Siamo, o no, l’immagine che riflettiamo?

29 Lug

La intitolerei così: chi mi metto oggi?

La costruzione del sé è l’esplicazione di un’identità narrativa, che permane nel tempo e che si riflette nel linguaggio, o per meglio dire, nei linguaggi; da quello del corpo a quello del tono di voce, alle stesse parole e concetti che si tendono ad esprimere. La permanenza di tale immagine, nel tempo, fa si che vada a configurarsi l’immagine di noi stessi, e la si proietti verso l’esterno.

Ma di un libro non si ricorda ogni paragrafo; bensì i concetti reiterati.
Quindi, per ogni persona che ho incontrato e incontrerò, lascerò parte di ciò che sono.
Forse il rilascio della propria immagine è una cosa inevitabile, anzi, molte volte ci fa comodo.
Ma, altrettanto inevitabile, è che parti di noi vengano perse.

La bravura sta, perciò, nell’evidenziare e nell’enfatizzare (nei giusti contesti) solo alcune parti del nostro “personaggio”?!
Molte donne fanno della propria parte seduttiva, il principio fondamentale per rapportarsi nelle dinamiche della società. Molte donne ottengono ciò che vogliono proprio seguendo questo principio.
Ma chi sono queste donne? C’è dell’altro di cui al momento non serve sapere, o stiamo per essere ingannati?

Se fossi fuori casa ciò che sono a casa, allora sarei proprio scostumata. Ma allo stesso tempo sto omettendo parti di me, quindi sono anche bugiarda?

E’ proprio vero che “ogni situazione vuole il proprio abito”; così diceva la mia Professoressa.
Peccato, però, che venisse a scuola con le pantofole. Voleva dirci qualcosa?

In ogni caso, seppure cercassi di trasmettere un’immagine di me alquanto specifica, non riuscirei nell’intento.

Ogni persona che legge un libro emette un filtro che prescinde dal proprio bagaglio personale.
Ciò significa che, ogni persona che ho incontrato ed incontrerò, coglierà parti di me differenti.
Più queste persone si somiglieranno fra loro, più i loro parametri di cognizione saranno simili.
Quindi per loro, sarò la stessa persona.
In realtà nel mondo, ne sono altre mille.

Quando i social networks vi chiedono “descriviti in poche parole”, meglio essere vaghi: solare, simpatico… che respira! (Non tutti lo fanno consapevolmente). Non conviene smascherarsi davanti al primo che s’incontra.

Se per mia madre che è ossessiva sono disordinatissima, per una ragazza della mia età sono io stessa ossessiva nell’ordine; E’ tutto relativo. Quindi, come diceva un tipo, siamo uno, nessuno e centomila. Ma forse anche di più.

Stavo pensando a come mi vedreste se adesso… vabbe, lasciamo i test per il prossimo post.
Buonanotte.

Ps: guardate un lato positivo di questa cosa; Qualsiasi cosa dicano di voi, anche se non combacia con l’immagine che stavate cercando di trasmettere, andrà sempre bene.

L’ossessione.

25 Lug

L’ossessione ruba.
L’ossessione sottrae te alla vita, reale.

Ho imparato.

24 Feb

Ho imparato che durante la vita s’incontrano persone e persone, e che poche sono quelle con cui si entrerà in sintonia.
Ho imparato che la gente povera d’animo vive una vita irrefrenabile pur di sfuggire alla realtà.
Ho imparato che l’amore è solo un nome che diamo all’emozioni; nulla di certo, di quantificabile.
Ho imparato che siamo ciò che siamo per quello che ci hanno mostrato i nostri genitori.
Ho imparato che la passione è una cosa rara, ma anche un forte analgesico per i mali della vita.
Ho imparato che il cielo,
il mare,
la luce,
i profumi,
gli animali,
sono la cosa più importante che abbiamo.
Ho imparato che la serenità esiste ed è più bella della felicità.
Ho imparato che siamo soli dentro noi stessi e che ci sono infiniti modi per fingere di farci compagnia.
Ho imparato che davvero dopo la tempesta torna il sereno. Ma anche che la tempesta tornerà.
Ho imparato che nessuno di noi è consapevole di ciò che SIAMO: esseri finiti.
Ho imparato che le cellule che avevo ieri domani non ci saranno più. E quindi, ora, non sono già cos’ero ieri, nella pelle.
Ho imparato che l’animo, però, non ha cellule. Ma memorie.
Ho imparato che noi umani abbiamo tanti passatempi per la vita, ma che nessuno supera il tempo per vivere.
Ho imparato che il destino è un comodo arcano di menti citrulle.
Ho imparato che l’uomo ha due potenze: creare e distruggere.
Ho imparato che non sappiamo usarle al momento opportuno.

Voi cosa avete imparato?