Il senso di appartenenza.

1 Giu

Il senso di appartenenza.
Sono giunta alla conclusione che tutto “questo” parta da qui. O pressappoco.

1. Il tatuaggio.
Ho fatto il mio primo tatuaggio nel 1999. Lo so, ero appena quattordicenne e, sia dal soggetto che dalla qualità del tatuaggio lo si può dedurre. Ma fu un regalo. Gli sono legata.
Ne ho fatti poi altri, disegnati da me ed in momenti diversi della mia vita. E no, non sono dispari come ogni volta mi viene sottolineato (forse le mie sfortune dipenderanno da questo?).
Breve preambolo per dirvi che…

Mi era venuta voglia di farne un altro qualche mese fa. Ma è successa una cosa che mi ha fatto riflettere. Entrambi i tatuatori a cui mi sono rivolta, mi hanno proposto un appuntamento per “tantaratan”… due mesi dooooopo! Cribbio!
Più attesa che dal dentista!!!
Ma siete tutti a bucarvi la pellaccia?!
E’ proprio vero; quando a Caserta si “porta una cosa”, non ci stanno Santi. Che Dio ce ne scampi e totani! Tutti a disegnarsi sulla pelle, anche le nonnine non se la so’ potuta scansare la moda, neanche quelle signorine tanto timorate. Ragazze, suvvia, si deve fare; forza e coraggio, dai!

Comprendo la curiosità del brivido dello zzzzzzzzz e della vasellina untuosa sotto la pellicola, ma potevate andare giù di fantasia. Invece no, tutti a farsi “cape di morto”, chi col fiorellino, chi col cuore (che vent’anni fa se un uomo si faceva il fiorellino si beccava di sicuro qualche coppino dagli amici – ora invece fa figo e, quindi taaaac, tutti uomini bouquet).

Non vogliatemi del male (soprattutto chi si è fatto tatuare il simpatico teschietto).
Sono solo constatazioni. Poi il tatuaggio è un’arte, inflazionata ma come ogni cosa è costretta a trascorrere delle fasi. Ci vedremo poi tutti belli accartocciati e disegnati all’inguine, dover dare delle spiegazioni ai nostri nipoti. Ma anche lì, il tutto sarà arrivato alla normalità.

2. L’iPhone.
Sarò concisa.
Il 50% di coloro che posseggono il nuovo concetto di cellulare non sanno sfruttarne le potenzialità, né ne sono interessati.
(Nota per gli acquisti per il suddetto 50%: esistono ancora in commercio cellulari essenziali, anche se non soddisferanno la vostra ricerca di uno status apparente).

4. La professione.
Si nasce con un temperamento, si cresce e, lungo il percorso si acquisiscono esperienze che generano e delineano il carattere di una persona.
Da quanto sperimentiamo nasce la conoscenza dei nostri limiti e delle nostre capacità.
Poi sta a noi alimentare queste ultime leggendo, formandoci, osservando attivamente ciò che ci circonda, e cercare di migliorare o accettare un limite.

Molte persone che incontro lungo il mio percorso rifiutano i propri limiti. Non hanno piena coscienza di sé.
E sono le stesse persone che con un corso spartano s’illudono di poter acquisire un ruolo professionale o che mirano direttamente ai ruoli più elevati e motivano il fatto di non esserci ancora arrivati incolpando la criiiisi.

Per te che:
“Io faccio il fotografo”: non è comprando un super-macchinone o l’obiettivo più costoso che c’è in commercio che guadagnerai (poi, sul sito col pallino fucsia e azzurro si vede se hai scattato in automatico); certo, ti darà una mano il fatto che tu sia seduto in una Ferrari, ma prima o poi dovrai guidarla. E lì saranno ***
E basta con queste super post produzioni. Vi abbiamo sgamati! Siete liberissimi di praticare, una passione è una passione, non confondetela con il lavoro però.
“Io faccio il grafico”: Adobe Photoshop è sulla bocca di tutti. Ma non farà di te un pubblicitario o un grafico. Non è lo strumento che fa il mestiere, ma la conoscenza.
“Io faccio lo psicologo”:bisogna voler bene ai pazienti”. Quando ho sentito questa frase da una professionista esercitante ho capito che bisogna star attenti a chi ci si affida. Potrebbero seguire anni ed anni di terapie disfunzionali.

3. Lo shatush
Lo shatush rappresenta per me l’emblema del pensiero generale sul senso di appartenenza.
Modus ok. Ma fino a rendere una cosa che tutti prima odiavano e che chiamavamo semplicemente “ricrescita”
e che ora la gente paga per avere in testa, mi sembra a dir poco assurdo. La moda non ha colpa, anzi. Bisogna constatarne la potenza.
Oppure constatare che siamo delle pecore dai gusti vulnerabili.
O che più precisamente, ci piace avere la vita facile. E farci piacere ciò che piace a tutti.
E quindi piacere a tutti. Così finiamo, però, nell’essere dei manichini di plastica, gli uni uguali agli altri, manipolabili. La moda è una proposta; la si può modificare ed adattare al nostro essere.
(Nel caso aveste sentito di un “io faccio…” non esitate a commentare).

Ecco svelato l’arcano: se ho l’iPhone (anche se non lo so usare), il Mac perchè fa figo (ma lo uso solo per Facebook), faccio la fotografa ed ho una Canon FX374fiddbfkigffbjdiwi (ma scatto in automatico e non so neanche cos’è la lunghezza focale – ora tutti a cercare), ho fatto un tatuaggio che m’ha fatto un male cane e non so neanche cosa rappresenti per me ma scelgo le maglie in base alla spalla che lasciano scoperta, ho i capelli ricci ma li piastro ad ogni shampoo perché sono più figa e chissenefrega se poi mi viene la quintipla punta nei capelli, e per di più ho la maxiricrescita supertrend, allora sì che sono accettata dagli altri, sono come gli altri, e sono al riparo da critiche negative.
Ho acquistato un abito e acquisito un ruolo in questa società.
Sì, beh, è solo un’illusione. Ma ho i miei consensi e sto bene. Non so bene chi sono, ma chi potrà mai accorgersene. Qui vivono tutti in superficie.

Non scrivo per criticare, ma per condividere con chi vuol vedere.
E comunque, questo è il mio blog.

Ilaria

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Una Risposta to “Il senso di appartenenza.”

  1. Laurenza J. Luca 05/06/2013 a 12:31 #

    Brava sul finale Ilaria… 🙂

    “Sì, beh, è solo un’illusione. Ma ho i miei consensi e sto bene. Non so bene chi sono, ma chi potrà mai accorgersene. Qui vivono tutti in superficie.”

    Saluti,
    Luca

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