Amos Oz

29 Mar

Eve Arnold

“L’uomo, mio caro, è un paradosso. Una creatura assai bizzarra. Ride quando c’è da piangere, piange quando gli converrebbe ridere; vive senza cervello e muore senza voglia.”

“I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.”

«E verrà un diluvio che la travolgerà»

Rachel ha colto, o forse solo indovinato, l’alternanza di alta e bassa marea. Affonda il viso nell’incavo della sua spalla e dice con una voce più intima che mai: dimmi, sei davvero qui? Mi vuoi convincere che non sto sognando?
Vuoi perché aveva l’impressione che tutto ciò fosse soltanto un sogno, vuoi semplicemente perché non l’ha fermato quando le ha tirato fin sopra i fianchi la camicia da notte. Non solo non gliel’ha impedito, anzi, gli ha tenuto la mano e l’ha guidata a muoversi su di lei, mano nella mano, passando alla consistenza di un altro tessuto, setoso e sottile molto più di quello della camicia, un tessuto caldo che al contatto con le dita di lui tradiva piegoline e nicchie umide tali da ridare a lui il vigore, ora sì che non ha più bisogno del povero Yuval e nemmeno della cameriera Riki con il ricordo delle linee accennate sotto la gonna. E così nel giro di un istante il suo desiderio monta e arriva al punto in cui l’impulso di godere sino all’apice viene respinto e cede il passo a un ritmo fisico teso, un ritmo pieno di generosità sessuale, ansioso di elargire a lei sempre più appagamento, e di ritardare per contro l’appagamento della propria stessa sete, saggiando i modi per farla sempre più godere, tanto da non sopportarlo più. Pertanto, con il timone dell’abnegazione si dà ora a pilotare il carico dei suoi desideri con delle dita ora esperte, financo ispirate, sino al porto d’approdo, interiore, all’ancoraggio più profondo, al cuore del desiderio.

Con un ritmo infinitamente sottile, come un sonar capace di sentire i rumori profondi, inafferrabili all’orecchio, ora coglie il flusso dei mormorii che risalgono dalle profondità di lei via via che continua a farla godere, captando e inventariando senza rendersene conto le sottilissime sfumature di differenza fra un mugolio e l’altro, assorbendo con la pelle e non con le orecchie le minuscole oscillazioni nel ritmo del respiro, contenendo le onde di fremito sulla pelle di lei, come se fosse diventato un sofisticato sismografo che registra e pure traduce il codice reattivo del corpo di lei, e poi investe tutti i dati raccolti nel tenere una rotta precisa capace di prevedere e aggirare prudentemente ogni banco di sabbia, evitare ogni secca, respingere ogni ombra di sfregamento a parte quello lento che va e viene va e gira e torna e passa e fa tremare tutto il suo corpo. Intanto il suo mugolio è diventato una serie di piccoli gemiti imploranti e sospiri e strilla acute di sorpresa, mentre le labbra di lui scoprono improvvisamente che ha le guance piene di lacrime. Ogni suono, ogni respiro e tremito, ogni onda passata sulla sua pelle ha aiutato le sue dita a guidare la rotta di lei, con destrezza, dentro, all’approdo di casa.

Ecco che man mano che montano le ondate di piacere anche l’orgoglio di lui le segue e così meglio rimandare ancora la propria di soddisfazione, trattenerla finché non avrà attinto da lei tutto l’arcobaleno del piacere, finché i suoi gemiti avranno smesso di essere controllati, finché non verrà un diluvio che la travolgerà come una barchetta di carta in una cascata (e tuttavia malgrado questi elevati propositi, tuttavia di tanto in tanto questo capitano così votato al proprio ruolo ruba lesti anticipi di piacere sfregando il proprio corpo teso, sfregandolo con un moto lento e profondo sul fianco della sua coscia, un ritmo che sazia e affama al tempo stesso, e subito dopo torna al compito che si è assunto, con impegno e presenza di spirito).
E così, come un pianista che è tutto punta delle dita sopra i tasti, non ricorda nemmeno più che solo qualche ora prima quel timido scoiattolo gli era sembrato carino, bello a modo suo ma certo non attraente. Adesso le sue mani sono ansiose di scoprirle il seno sotto la camicia, il suo seno da dodicenne, e lei questa volta non lo ferma più, avvinta com’è tutta dal piacere, e quando finalmente lui le afferra i boccioli si riempie di amorevolezza e desiderio, porta la lingua sui capezzoli e li stringe uno alla volta fra le labbra e li circuisce con la lingua uno dopo l’altro, mentre le dita tornano a titillarle le labbra della vulva e i petali della corolla intorno alla ciliegina che è piena e turgida e par quasi un terzo capezzolo. Dopo le dita, scendono anche labbra e lingua. Lei, come una bambina, si ficca improvvisamente il pollice profondo in bocca e comincia a succhiare forte, schioccando, poi la schiena tutta si alza e s’inarca come una corda d’arco teso e dopo ancora un momento, ora che il dorso torna contro il materasso, come dal fondale del suo pozzo sgorga uno strillo lungo e morbido, uno strillo che esprime non solo piacere ma anche stupore, meraviglia, come se mai in tutta la sua vita fosse approdata a quel molo così addentro di lei, e come se nemmeno nelle sue fantasie più sfrenate avesse mai immaginato che cosa l’aspettava, laggiù, a quell’approdo.

Con ciò, lei si dà improvvisamente a piangere forte, e gli dice: Guarda. Sto piangendo. Ed è un pianto infantile che l’induce ad affondare nella spalla di lui il suo faccino da roditore e bisbigliare, scusa, è solo che mi vergogno con te.
Poi prende ad accarezzarlo sulle guance e sulla fronte, carezze lunghe e lente, smettendo a poco a poco di piangere. È calma. Dopo due o tre secondi, però, si siede sul letto e si toglie, le mani sopra il capo e la faccia che si cela per un momento, si sfila la camicia da notte che le è rimasta sino a ora avvoltolata addosso come una spirale intorno ai fianchi, dopo che era stata respinta dal basso e dall’alto. Poi dice: Ora non m’importa che mi guardi. Torna distesa supina, aperta e ansiosa di lui. Ma lui le rimane accanto, in posizione fetale, per nasconderle la ritirata avvenuta di nuovo tutt’a un tratto dopo che lei ha goduto e si è rilassata. Al momento lui teme che questa situazione la offenda, o forse la faccia sentire in colpa.

Lei invece prende quel coraggio di cui non immaginava d’essere capace, sorprendendo se stessa e lui col bagnarsi le dita e spedire timidamente una mano al suo membro, cominciando ad accarezzarlo con un tocco umido che non ha mai osato usare né con il suo primo ragazzo in gioventù, dodici anni prima, e nemmeno con il tizio sposato, sei anni e mezzo fa.
Quelle carezze le dicono quel che già supponeva, ma non si mortifica anzi quasi al contrario, viene travolta da un’onda di affetto magnanimo e di materna pietà per l’imbarazzo di lui, pietà per le ansie e la vergogna di lui chissà mai che cosa penserà lei ora, ansia e vergogna che ora di sicuro lo atterriscono.
Contemporaneamente, si risveglia in lei anche un istinto di femmina accompagnato da un senso del dovere, il dovere improrogabile di aiutarlo, e così supera l’imbarazzo, si lecca le dita e le pone intorno al suo membro molle, ci passa sopra, tutt’intorno, gesti esitanti e inesperti e tuttavia pieni di devozione, trasporto e bontà e stillanti mirra. Con tutte e cinque le dita ora piene di ambizione, glielo fa, con puntiglio, sempre più, non proprio che sappia come ma ce la mette tutta per farlo nel modo giusto, e poi anche con le labbra, con la lingua vellutata, con costanza, come una brava scolaretta, finché in lui non tornano i primi spasmi che annunciano la rimonta.

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